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Quel doppio filo dell’Occidente alle origini dell’impunità

Legami di interessi L’arma del boicottaggio totale e delle sanzioni economiche, che un tempo piegarono il Sud Africa, oggi nei confronti di Israele appare impossibile. Ma non lo è
29 maggio 2026 di
Quel doppio filo dell’Occidente alle origini dell’impunità
Widad Tamimi

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, il regime dell’apartheid sudafricano crollò sotto il peso di un cortocircuito morale ed economico. Le immagini del massacro di Sharpeville del 1960 e i corpi dei ragazzi di Soweto nel 1976 squarciarono il velo dell’indifferenza occidentale.

Seguirono i boicottaggi dei consumatori, il disinvestimento delle università, l’isolamento culturale e, infine, il colpo di grazia finanziario: nel 1985, le grandi banche internazionali, guidate dalla Chase Manhattan, decisero di non rinnovare i prestiti a breve termine a Pretoria.

PER UN REGIME la cui sopravvivenza dipendeva dal G6 — le sei potenze occidentali che ne assorbivano l’oro e i minerali strategici — fu l’inizio della fine. Il 27 aprile 1994, le prime elezioni democratiche a suffragio universale consacrarono Nelson Mandela presidente.

Oggi, mentre la strage a Gaza supera la drammatica cifra di 71.000 vittime palestinesi e la Cisgiordania colonizzata brucia sotto i colpi di un’espansione degli insediamenti illegali mai così aggressiva dal 2017, le piazze mondiali e le istituzioni internazionali evocano con forza lo spettro dell’apartheid.

La Corte Internazionale di Giustizia valuta l’accusa di genocidio mossa proprio dal Sudafrica e la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra. Eppure, l’arma del boicottaggio totale e delle sanzioni economiche, che un tempo piegò Pretoria, oggi appare impossibile, congelata in un limbo di veti e interessi incrociati.

La ragione di questa paralisi non risiede solo nelle evidenti asimmetrie geopolitiche, ma in una differenza strutturale profonda: il Sudafrica dell’apartheid era un partner commerciale esterno da cui l’Occidente comprava merci; l’Israele di oggi è un organo vitale inserito direttamente dentro il motore tecnologico, digitale e militare dell’Occidente.

Se si analizza la struttura degli scambi, il confronto tra i due scenari rivela importanti differenze. Il Sudafrica esportava commodities fisiche: oro, carbone e minerali rari come cromo e manganese, essenziali per l’industria siderurgica della Nato.

Quando scattò il boicottaggio, l’Occidente operò una sostituzione chirurgica dei fornitori: esentò i materiali introvabili altrove e ricollocò le merci sul mercato mondiale con un costo macroeconomico vicino allo zero. Israele, al contrario, non esporta materie prime, ma tecnologia avanzata, semilavorati digitali e software.

SE UN’AZIENDA occidentale poteva sostituire il carbone sudafricano con quello australiano in poche settimane, una banca europea che utilizza architetture di cybersecurity israeliane non può cambiare sistema premendo un bottone. Oltre il 55% dell’export di Tel Aviv è composto da servizi intangibili, e sradicare queste tecnologie dalle filiere occidentali richiederebbe anni di transizione e costi miliardari.

Siamo di fronte a un’interdipendenza invisibile che si manifesta anzitutto nel settore dei semiconduttori, dove centri nevralgici di colossi come Intel hanno sede in Israele, rendendo un eventuale blocco delle esportazioni un potenziale fattore di paralisi per la catena di fornitura dell’elettronica globale e dei dispositivi medici.

La stessa vulnerabilità si registra nella sicurezza informatica, dato che le reti finanziarie e i sistemi di difesa occidentali sono profondamente integrati con i software israeliani. C’è poi il nodo cruciale della ricerca e sviluppo: più di 400 multinazionali globali, tra cui spiccano Apple, Google, Microsoft e i grandi marchi della farmaceutica, sviluppano i loro brevetti strategici proprio nei laboratori di Tel Aviv e Haifa.

All’interno dell’Unione Europea, il dibattito sulle sanzioni riflette questa profonda integrazione. Presa nel suo insieme, l’Unione Europea rappresenta il primo partner commerciale di Israele per volumi complessivi di merci e servizi, un primato che si attesta attorno ai 70 miliardi di euro all’anno ed è regolato dall’Accordo di Associazione del 2000.

Nonostante l’Articolo 2 di tale trattato vincoli esplicitamente le relazioni al rispetto dei diritti umani — un principio la cui violazione è stata formalmente riscontrata dai report del Servizio Europeo per l’Azione Esterna —, l’architettura istituzionale di Bruxelles sbarra la strada a ogni reazione concreta. Per sospendere l’accordo serve infatti l’unanimità dei 27 Stati membri in seno al Consiglio dell’Unione, ma il blocco è politicamente spaccato, con paesi come la Germania e l’Italia che esercitano un veto di fatto, trincerandosi dietro la formula del “dialogo critico”.

DIETRO LA FACCIATA diplomatica si nascondono precisi e ramificati interessi industriali concentrati nelle grandi economie del continente. La Germania si conferma il primo partner europeo, registrando un interscambio bilaterale di merci di circa 6 miliardi di euro all’anno e un legame militare strettissimo, culminato nell’acquisto del sistema di difesa missilistica Arrow 3 per una cifra record di 4 miliardi di euro.

L’Italia mantiene relazioni altrettanto solide con un valore complessivo dell’interscambio che si aggira intorno ai 4-5 miliardi di euro, caratterizzato da un forte export manifatturiero e da cooperazioni strategiche guidate da giganti nazionali come Eni nell’esplorazione energetica del Mediterraneo orientale e Leonardo nel comparto dell’aerospazio e della difesa.

I Paesi Bassi agiscono invece come un fondamentale hub logistico e tecnologico, dove aziende leader mondiali nella produzione di macchinari per microchip mantengono costanti legami di co-sviluppo con i laboratori israeliani. Persino l’Irlanda rappresenta un caso emblematico di questa asimmetria: pur essendo politicamente una delle voci più critiche verso Tel Aviv, dipende economicamente dall’importazione di circuiti integrati per alimentare i propri stabilimenti tecnologici nazionali.

Mentre la Commissione Europea tenta timide contromisure — come la proposta di congelare i finanziamenti del Consiglio Europeo dell’Innovazione nell’ambito di “Orizzonte Europa” per le startup israeliane attive in tecnologie duali come droni e intelligenza artificiale — e l’Iniziativa dei Cittadini Europei “Justice for Palestine” supera un milione di firme per chiedere lo stop della complicità, i giganti industriali della UE preferiscono frenare.

SE L’EUROPA si muove all’interno di questo labirinto commerciale e fa i conti con le sue storiche colpe — con la Germania che ha elevato la sicurezza dello Stato ebraico a Staatsräson, ragione di Stato —, per gli Stati Uniti il legame con Tel Aviv trascende il commercio. Gli Stati Uniti sono il singolo Stato partner commerciale più importante per Israele, con un commercio bilaterale di beni e servizi che si aggira sui 50-55 miliardi di dollari all’anno.

Tuttavia, a fare la differenza non sono le merci tradizionali, ma un cordone ombelicale finanziario e militare che non ha eguali. Sulla base del memorandum decennale in vigore, gli Usa inviano a Israele 3,8 miliardi di dollari all’anno in assistenza militare fissa, a cui si sono aggiunti pacchetti d’emergenza straordinari approvati dal Congresso per oltre 14 miliardi di dollari.

Si tratta di un circuito economico chiuso: per legge, quasi la totalità di questi fondi deve essere spesa riacquistando armi prodotte da aziende statunitensi, sostenendo direttamente l’industria bellica americana e oltre 20.000 posti di lavoro ad alta specializzazione.

A questo si aggiunge il valore geopolitico di Israele, storicamente definito come la più grande portaerei americana nel Mediterraneo orientale: un avamposto per lo scambio di intelligence militare raccordato tra Cia e Mossad, e un terreno in cui il Pentagono testa le armi d’avanguardia in scenari reali.

LA PALESTINA è stata, lo sappiamo, un laboratorio di esperimenti militari ed ora l’area si è estesa al Libano, all’Iran, alla Siria. Per chi non lo avesse ancora letto, consiglio vivamente Laboratorio Palestina. Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo (Fazi editore) di Antony Loewenstein, giornalista investigativo ebreo che vive a Sidney.

Nel contesto politico interno di Washington, dove organizzazioni come l’Aipac esercitano un’influenza bipartisan asfissiante, proporre sanzioni commerciali è considerato un suicidio politico, e la macchina del sostegno guidata dal Segretario di Stato Marco Rubio continua ad accelerare i flussi finanziari anziché frenarli.

Il parallelo storico con il Sudafrica si inceppa dunque nei nodi di una rete globale immateriale. L’apartheid di Pretoria fu sconfitto perché il capitalismo occidentale scoprì che poteva sopravvivere anche senza i razzisti afrikaner. Il sistema di dominio coloniale imposto oggi sui territori palestinesi, invece, si fa scudo con la propria indispensabilità digitale. Ma questa apparente insostituibilità non è una condanna eterna: è una scelta politica ed economica reversibile.

Se l’Europa volesse davvero allineare la propria condotta morale ai trattati istituzionali che celebrano i diritti umani, dovrebbe avviare un piano strutturale e coordinato di sganciamento e indipendenza strategica dal commercio con Israele. Una “de-risking” etica e tecnologica applicabile attraverso tappe precise.

IL PRIMO PASSO richiede il superamento del ricatto dei microchip. L’Unione Europea deve utilizzare le risorse del European Chips Act per accelerare lo sviluppo di fonderie interne e la sovranità tecnologica della catena del valore dei semiconduttori. Sostenere l’espansione di impianti di produzione in Europa — come i progetti faticosamente avviati in Germania, Francia e Irlanda — e diversificare le importazioni di chip logici verso democrazie asiatiche alternative o hub continentali emergenti permetterebbe di spezzare il monopolio microeconomico dei laboratori di Tel Aviv e Kiryat Gat.

Parallelamente, è urgente avviare un piano di sostituzione delle architetture di cybersecurity e dei software intangibili nelle infrastrutture critiche europee. Attraverso incentivi mirati e appalti pubblici continentali, Bruxelles può stimolare la crescita dell’industria digitale europea, sostituendo i sistemi di sicurezza informatica proprietari israeliani con soluzioni basate su protocolli open-source o sviluppate all’interno del blocco comunitario.

Uscire dalla dipendenza del codice proprietario richiede investimenti, ma garantisce nel medio periodo una maggiore sicurezza nazionale e la fine della complicità finanziaria indiretta.

Sul piano della ricerca, lo scorporo deve tradursi nell’immediata ed effettiva esclusione delle istituzioni israeliane dal programma “Orizzonte Europa”. La cooperazione scientifica non può essere considerata neutrale quando università e startup collegate ai ministeri della Sicurezza nazionale beneficiano di fondi europei per sviluppare tecnologie duali, poi testate sul campo nei teatri di Gaza e della Cisgiordania.

L’EUROPA deve riallocare queste risorse miliardarie verso i propri centri di ricerca e verso i partenariati con quei paesi del Sud globale che rispettano la legalità internazionale, superando la logica del ritorno finanziario asimmetrico che finora ha premiato Tel Aviv.

Infine, l’azione politica deve forzare i nodi giuridici dell’Accordo di Associazione. Davanti al veto di fatto imposto da Germania e Italia che paralizza il Consiglio dell’Unione, un gruppo di paesi d’avanguardia — guidato da Spagna, Irlanda, Slovenia, Belgio e Paesi Bassi — può e deve agire unilateralmente attraverso coalizioni forti.

Questi stati possono applicare la recente opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia introducendo bandi commerciali totali sui prodotti provenienti dagli insediamenti illegali e bloccando i transiti e le licenze di esportazione di armi o componenti militari verso Israele attraverso i propri territori nazionali.

Se una decisione unanime a 27 è temporaneamente impossibile, lo strappo politico dei singoli governi può innescare un effetto domino normativo in grado di incrinare la compattezza del mercato unico a difesa del diritto internazionale.

NEL FRATTEMPO, a pagare il prezzo più alto dell’inerzia internazionale non sono le potenze occidentali, protette dai loro dividendi tecnologici, ma i civili sotto le bombe e la popolazione della Cisgiordania. Esattamente come accadde negli anni Ottanta, quando le sanzioni chirurgiche occidentali esclusero i minerali critici e scaricarono il costo dell’isolamento sui paesi africani confinanti, oggi la geometria del potere globale sceglie di sacrificare i diritti umani sull’altare delle catene del valore.

Ma la storia insegna che nessuna interdipendenza tecnologica può sanare a lungo l’insostenibilità morale di un’occupazione. L’indipendenza economica dell’Europa non è solo una sfida industriale: è l’unico modo rimasto per non essere complici dello sterminio di un popolo.

Quel doppio filo dell’Occidente alle origini dell’impunità
Widad Tamimi 29 maggio 2026
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