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Tajani, perché l’Italia chiude le porte all’arte palestinese?

Terra rimossa Dalle liste di evacuazione italiane degli studenti gazawi restano esclusi artisti, scrittori, registi, le voci di un popolo e della sua cultura. Eppure nessuna ricostruzione reale è possibile senza di loro
12 maggio 2026 di
Tajani, perché l’Italia chiude le porte all’arte palestinese?
Widad Tamimi

Gentile ministro degli affari esteri Antonio Tajani, siamo al secondo atto: lettera aperta, parte due. Dopo settimane ci sono nodi che non riusciamo a sciogliere e che toccano nel profondo la coscienza civile e culturale del nostro Paese.

Non ci riusciamo nonostante i contatti intercorsi con il ministero e le comunicazioni puntuali sul dialogo tra i diplomatici italiani e i presunti responsabili dei blocchi ad alcune categorie delle e degli studenti in evacuazione da Gaza.

Uno, gravissimo e tuttora irrisolto, riguarda l’esclusione di chi studia arte, spettacolo, cinema, teatro, musica, e di chi ha ottenuto una borsa di studio per i corsi di diploma accademico presso le istituzioni di Alta Formazione Artistica e Musicale (Afam) – riconosciute e accreditate dal ministero dell’università e della ticerca (Mur) – dal diritto di lasciare Gaza per raggiungere l’Italia.

LE LISTE DI EVACUAZIONE Iupals continuano a escludere tutte le borse di studio e le iscrizioni di studenti palestinesi che non rientrino sotto il benestare della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. È una scelta amministrativa che ha il peso di una condanna: una discriminazione invisibile, che colpisce proprio chi custodisce la memoria creativa e simbolica di un popolo.

L’arte è il linguaggio con cui un popolo ferito racconta la propria storia, elabora il dolore, immagina la libertà. Negare agli artisti la possibilità di continuare a formarsi significa interrompere la trasmissione della memoria e della creatività di un intero Paese. Significa amputare la voce di chi, attraverso la musica, le immagini, la parola , tiene accesa la luce dell’umanità anche sotto le macerie.

Abd è un giovane musicista che negli ultimi due anni ha registrato le sue composizioni usando il cellulare, coprendo il microfono con un fazzoletto per attutire il rumore assordante delle esplosioni che hanno circondato la sua vita quotidiana. È stato invitato a partecipare a festival internazionali online, ma non ha mai avuto la possibilità di viaggiare.

SARA RACCONTA GAZA con una videocamera di fortuna. Filma la vita nei rifugi, le mani che impastano il pane, i bambini che disegnano il mare che non vedono più. Pubblica i suoi video su internet, senza definirsi giornalista né influencer: «Voglio solo fare la regista – dice – raccogliere esperienze umane e restituirle al mondo».

Ha migliaia di follower che le scrivono parole di incoraggiamento, ma lei continua a vivere in un blackout quasi permanente, tra connessioni instabili e paura costante.

Manar suona su una tastiera di plastica senza suono. Appoggia le dita sui tasti finti, chiude gli occhi e piange. La musica, nella sua mente, continua a scorrere limpida, anche se intorno c’è solo il rumore dei droni. Vive in una tenda, con la madre e tre fratelli. Da due anni non tocca un pianoforte vero. «A volte sogno di suonare e di sentire solo il silenzio che precede la prima nota», scrive.

Maher era insegnante di teatro. Ha studiato all’estero, ha creduto nel potere della scena come strumento di guarigione e libertà. Tornato a Gaza, aveva fondato un piccolo laboratorio teatrale per bambini traumatizzati dalla guerra. Gli faceva leggere autori greci, li faceva ridere con il mimo, li aiutava a inventare parole nuove per il dolore.

Il suo teatro oggi non esiste più: distrutto da un bombardamento. Ma Maher continua a insegnare, recitando poesie tra le macerie per chi resta.

Sono storie che parlano da sole. L’arte, la musica, il teatro, il cinema, la scrittura sono strumenti di sopravvivenza collettiva e la loro negazione è una forma sottile di annientamento. Ogni giovane artista palestinese bloccato a Gaza rappresenta un frammento di voce che non potrà più raccontare, un progetto di volo sospeso nel vuoto.

La cultura è parte integrante della ricostruzione: senza di essa, nessuna pace sarà possibile. Artisti e intellettuali sono ambasciatori di bellezza e libertà, custodi dell’identità dei popoli. Difenderli significa difendere la civiltà stessa.

GLI SCRITTORI palestinesi, i registi, i poeti, i musicisti, i docenti d’arte e di teatro, pur consapevoli dei rischi di incarcerazione e morte, non hanno mai smesso di creare, insegnare, scrivere, cantare, recitare – di tenere viva la voce della Palestina.

Rappresentano la parte più luminosa di una società ferita: la testimonianza che la vita, anche nei luoghi più devastati, cerca sempre una forma, un ritmo, un colore per continuare a esistere. È da queste voci che bisogna ripartire nella ricostruzione di Gaza: garantendo loro libertà di movimento, diritto allo studio e condizioni di vita dignitose, perché possano continuare a lavorare e contribuire alla rinascita culturale, civile e politica del futuro Stato di Palestina.

LA RICOSTRUZIONE di Gaza non può avvenire senza la valorizzazione di coloro che donano voce alla cultura. Senza di essi, Gaza si ridurrebbe a un semplice ammasso di macerie ricostruite.

È l’arte – noi italiani lo sappiamo bene – che ha il potere di immaginare il futuro, anche quando sembra che l’ultimo lumino si sia spento in mezzo al buio. L’arte è la scintilla che può riaccendere la speranza, trasformando il dolore in creatività e la desolazione in nuovi orizzonti.

Un bivio disumano per l’Italia
Lettera Gentile ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, questa non è solo una lettera. È un grido. Perché ciò che sta accadendo nelle ultime settimane a giovani genitori palestinesi ammessi in Italia con borse di studio non è un malinteso burocratico: è un ricatto disumano