Zuri, nove anni, è morta da sola in una stanza d’ospedale al Cairo. La mamma non ha potuto né assisterla, né tanto meno salutarla: le è stato negato il visto urgente per l’Egitto. Da mesi chiedevamo alle autorità slovene di accelerare le pratiche per la riunificazione familiare: i sei figli erano rimasti soli, diciassette anni la più grande, il più piccolo solo tre, mentre Linda aveva raggiunto la Slovenia per far curare Waad, rimasta paraplegica dopo un attacco israeliano a Gaza.
NON C’È STATO nulla da fare. Mesi di lettere, reclami, preghiere a un mostro burocratico che esige documenti irreperibili in condizioni di conflitto armato. È come lanciarsi a corpo nudo contro un gigantesco muro di gomma e ogni volta rimbalzare a terra più violentemente di prima.
A Gaza gli uffici sono stati sbriciolati in cumuli di macerie, immagini che ci scorrono davanti da mesi e che i nostri governi sembrano voler continuare a ignorare. Non esistono lettori per le impronte digitali, non ci sono stampanti, fotocopiatrici o archivi municipali. Nelle ripetute fughe, la gente ha perso tutto quel che aveva – anche, ovviamente, i certificati di nascita dei figli, quelli di matrimonio, passaporti, carte di identità e cartelle mediche dei malati. Con le case, le scuole, i comuni, le questure e gli ospedali, sono andati in fumo anche i documenti. Inoltre Ramallah non emette nuovi passaporti da almeno un anno, per evitare scambi o appropriazione indebita di identità.
Come l’Italia fino alla sentenza del Tar di Roma del 5 giugno 2025, che ha imposto al Consolato italiano di Gerusalemme di attivarsi per il rilascio del visto per via interamente telematica a tre studentesse palestinesi destinatarie, anche la Slovenia chiede l’impossibile.
Il ricongiungimento familiare di Linda con i figli è bloccato perché la signora non è in grado di fornire tutta la documentazione necessaria. Una funzionaria slovena, alla fine di un colloquio con una delle persone che mi sono diventate care in questi mesi, le ha spiegato con nonchalance riaccompagnandola alla porta, che il ricongiungimento familiare è una pratica amministrativa, non una questione emotiva. Nessuno sui banchi di scuola, quando studiava giurisprudenza, deve averle spiegato che le leggi sono formulate per accompagnare fatti umani. Il principio cardine alla base del ricongiungimento familiare si basa sul diritto alla tutela dell’unità familiare sancita dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.
QUATTRO BAMBINI seppelliranno la sorellina da soli, perché la quinta, la più grande, dilaniata dai sensi di colpa per una responsabilità che alla sua età non avrebbe dovuto avere, è stata ricoverata in un reparto di salute mentale. Zuri è stata morsa da un cane un mese e mezzo fa.
Non hanno capito, lei e i fratellini, senza un adulto di riferimento vicino, quanto fosse importante segnalare quell’incidente. Hanno disinfettato, coperto la ferita e tirato avanti, come da un anno a questa parte, da quando la madre è partita per curare la più fragile dei suoi sette figli in Europa, nella speranza di portare anche gli altri, per garantire loro un futuro che in Egitto non avranno garantito.
I palestinesi che trovano rifugio nei paesi arabi restano infatti apolidi a vita. Protetti dall’agenzia temporanea nata ad hoc per i rifugiati palestinesi, l’Unrwa, sono gli unici rifugiati al mondo a non avere diritto a una soluzione permanente: non il ritorno nel loro paese d’origine e tanto meno la cittadinanza nel paese in cui vivono. Chiedere l’asilo politico in Europa era l’unica possibilità che Linda avesse di garantire ai propri figli un futuro. Si è fidata delle leggi dei nostri Stati, ritenendole la risposta più sicura a protezione dei suoi bambini.
VENTI GIORNI dopo l’incidente, Zuri ha cominciato ad avere la febbre, in tempi rapidissimi l’encefalite è progredita causando uno stadio di delirio rapido e inarrestabile. Raggiunto l’ospedale, le sue condizioni erano già critiche. La bambina è stata messa in isolamento, dietro una parete di vetro da cui i fratelli e le sorelle l’hanno osservata distruggere un’intera stanza di ospedale a mani nude, in preda a quelli che sono i sintomi dolorosissimi della rabbia.
Zuri, sottile, i lineamenti delicati, il volto d’angelo incorniciato da grandi boccoli che le cadevano a fontana sulle spalle, si è trasformata sotto gli occhi dei suoi cinque fratelli in una furia. Poi, negli ultimi giorni, ha cominciato a essere scossa da spasmi, la paralisi è diventata progressiva ed è culminata nello stato di coma, da cui non si è mai risvegliata.
In meno di un anno, Linda e i suoi figli hanno subito perdite inimmaginabili: da novembre dello scorso anno a oggi, a Gaza sono morti tre dei fratelli di Linda, undici nipoti, una sorella, mentre la figlia di una delle sue sorelle ha perso la vista nell’esplosione che ha ucciso due dei suoi bambini e il marito. L’angoscia di Linda per la lontananza dai figli è stata spesso violentemente obnubilata da quella provata per le tragedie subite dalla famiglia a Gaza. Finché è arrivata anche questa, la morte di una figlia che non era a Gaza, ma in Egitto.
La tragica morte di Zuri è il doloroso promemoria del costo umano all’inerzia. Verrà il giorno in cui i tribunali internazionali chiameranno a darne conto anche chi non ha fatto abbastanza per scongiurare perdite umane evitabili.