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Palestina, il filo rosso tra apartheid e terrorismo di Stato

Terra rimossa Senza una definizione univoca di terrorismo nel diritto internazionale, Israele ha manipolato il concetto di sicurezza, trasformandolo in segregazione legale
12 maggio 2026 di
Palestina, il filo rosso tra apartheid e terrorismo di Stato
Widad Tamimi

Il dibattito globale sulla sicurezza si scontra da decenni con un paradosso fondamentale: l’assenza di una definizione univoca di terrorismo internazionale. Nonostante i numerosi sforzi in sede Onu, la comunità internazionale non è mai riuscita a ratificare un trattato onnicomprensivo sul tema. Questo stallo giuridico deriva dall’impossibilità di distinguere, in modo universalmente accettato, tra atti di terrorismo e lotte di liberazione nazionale, lasciando ai singoli Stati un pericoloso margine di discrezionalità nell’etichettare la violenza politica.

In questo vuoto si inserisce però un’altra questione ancora più spinosa, la definizione di terrorismo di Stato. Mentre il diritto internazionale dispone di strumenti per perseguire crimini di guerra o contro l’umanità, fatica a inquadrare i casi in cui uno Stato commetta direttamente un atto violento con l’intenzione di creare uno stato di terrore, o lo faciliti, lo armi o garantisca l’impunità agli attori privati che lo compiono per scopi ideologici. È esattamente questo il nodo centrale che sta sollevando un’indignazione senza precedenti tra molti accademici e attivisti liberali in Israele.

SECONDO LE DENUNCE di oltre seicento accademici israeliani appartenenti alle principali istituzioni del Paese, i coloni estremisti in Cisgiordania starebbero e avrebbero utilizzato il conflitto a Gaza di questi ultimi due anni e mezzo per compiere veri e propri atti di terrorismo nei confronti del popolo palestinese. L’obiettivo sarebbe quello di condurre una campagna sistematica di attacchi contro le comunità rurali palestinesi per indurle allo sfollamento e permettere l’espansione degli insediamenti.

Rapporti inquietanti descrivono assalti brutali, come quello avvenuto a Khirbet Humsa, dove si sono registrati pestaggi di minori e violenze sessuali. Tuttavia, come riportato dal quotidiano Haaretz qualche giorno fa, ciò che trasformerebbe questi atti criminali in una questione di rilevanza internazionale è il sospetto che non si tratti di incidenti isolati, ma di una strategia deliberata e protetta dalle autorità statali. A questo punto il termine apartheid non viene più usato come iperbole retorica, ma come categoria giuridica per descrivere la realtà della Cisgiordania e di Gaza.

Il cuore della questione risiede proprio nel fallimento del diritto internazionale nel ratificare una definizione univoca di terrorismo. Questo «vuoto» ha permesso al governo Netanyahu di manipolare il concetto stesso di sicurezza, trasformandolo in un sistema di segregazione legale. Se non esiste un trattato internazionale che definisca il terrorismo in modo neutrale, gli Stati sono liberi di definirlo su base etnica.

L’introduzione della pena di morte con processo breve per i soli palestinesi rappresenta l’ultimo tassello di un regime asimmetrico. In un sistema democratico, la legge definisce il reato; in questo scenario, la legge definisce il colpevole in base alla sua appartenenza.

Per i palestinesi, si applica la condanna capitale, senza alcuna garanzia fondamentale dello Stato di diritto. Per i coloni israeliani, esiste invece una zona d’ombra di impunità totale. Le violenze, i roghi delle case e le aggressioni fisiche vengono derubricati a incidenti civili o, più spesso, ignorati del tutto dalle autorità.

QUESTO NON È PIÙ semplice «conflitto»: è il consolidamento di due sistemi legali separati e diseguali che operano sullo stesso territorio. Quando un sistema giuridico garantisce diritti civili e protezione a un gruppo, mentre riserva tribunali militari e patiboli all’altro, la definizione di apartheid diventa una descrizione tecnica della realtà.

In questo contesto, il terrorismo israeliano cessa di essere un fenomeno marginale per diventare una funzione del governo. Se lo Stato garantisce l’immunità ai coloni e contemporaneamente accelera le esecuzioni per i palestinesi, sta di fatto delegando la violenza politica a milizie private per raggiungere l’obiettivo ideologico dello sfollamento.

La denuncia degli accademici è dunque un grido d’allarme su una mutazione genetica che codifica la discriminazione per legge. Finché la comunità internazionale si nasconderà dietro l’assenza di definizioni condivise di terrorismo, questo sistema di apartheid giuridica potrà continuare a prosperare sotto la maschera della «lotta al terrore», mentre in realtà ne protegge una forma per annientare l’altra.

L’indignazione non è più limitata a pochi attivisti di nicchia. La petizione dei docenti universitari segna una svolta: la richiesta esplicita di un intervento internazionale. Ex leader politici, come Ehud Olmert, hanno suggerito la necessità di un coinvolgimento della Corte penale internazionale, mentre Stati uniti ed Unione europea hanno già iniziato a imporre sanzioni mirate contro singoli coloni ed entità coinvolte nelle violenze.

L’APPELLO degli intellettuali si estende alla diaspora ebraica, chiamata a riflettere su come l’attuale gestione della sicurezza e l’avallo del terrorismo dei coloni stiano ulteriormente minando la legittimità morale di Israele nel mondo. Secondo i firmatari, il «terrorismo ebraico» non è un’anomalia del governo Netanyahu, ma uno strumento della sua agenda politica, che include l’annessione de facto della Cisgiordania attraverso lo sradicamento della popolazione palestinese.

Mentre il mondo continua a discutere su cosa definisca un terrorista nel ventunesimo secolo, la realtà sul campo in Cisgiordania e Gaza impone una riflessione più urgente. Se lo Stato di diritto non fosse più in grado di essere uguale per tutti, trasformando la punizione o l’impunità in una questione di identità etnica accettata a livello internazionale, a essere in pericolo non sarebbero solo le vite palestinesi, ma la struttura stessa della democrazia e la sua immagine agli occhi della storia.

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