Per Abu Dhabi, la scommessa di farsi scudo degli Usa e di proporsi come hub finanziario globale presenta un conto salatissimo. La narrazione della «Svizzera del deserto», oasi di lusso e stabilità, si infrange contro la realtà di una difesa aerea che non può offrire garanzie.
L’escalation di questi giorni non è un fulmine a ciel sereno. Quella che il Pentagono vende come un’operazione di «polizia marittima» per il libero mercato energetico, agli occhi di Teheran è l’atto finale di un accerchiamento. Colpendo Fujairah e le petroliere, l’Iran invia un messaggio chiaro: non ci sarà sicurezza per il commercio globale finché la Repubblica Islamica resterà sotto assedio sanzionatorio. Teheran non cerca conquiste territoriali, ma la rottura dell’isolamento attraverso una «guerra dei pedaggi» nello Stretto di Hormuz, che pur non essendo stata causa, ma sintomo della guerra contro l’Iran, ora ha preso il sopravvento. Dell’atomica non si parla infatti più.
In questo risiko disperato, gli Emirati sono il bersaglio perfetto: troppo vicini per essere ignorati, troppo interconnessi perché il loro tracollo non faccia tremare le borse di mezzo mondo. E allora lì si torna, agli interessi economici, più che alla minaccia della armi di massa.
Per comprendere i conflitti del 2026, bisogna guardare necessariamente alle macerie del mondo prima del 7 ottobre 2023. Allora, il Medio oriente viveva una strana dualità: una spinta frenetica verso la normalizzazione diplomatica tra Israele e le monarchie arabe.
Con gli «Accordi di Abramo», gli scambi tra Israele e gli Emirati arabi uniti avevano toccato i tre miliardi di dollari, mentre il corridoio Imec prometteva di legare l’India all’Europa bypassando le rotte tradizionali. Anche Mohammed bin Salman sembrava pronto al passo storico. Si pensava che il pragmatismo economico avesse definitivamente anestetizzato le ideologie.
E mentre i grattacieli del Golfo celebravano il nuovo business, la Palestina veniva ridotta a un fastidio burocratico. Gaza era un carcere a cielo aperto dal 2007, e in Cisgiordania il 2023 segnava il record di violenze dei coloni e incursioni dell’Idf. Il vuoto politico lasciato da un’Autorità Palestinese moribonda veniva riempito da nuove resistenze armate, mentre Hamas sembrava potesse preferire il proprio status quo di unico ed indiscusso potere a Gaza al troppo precario desiderio di resistenza all’occupatore.
L’illusione che si potesse costruire una stabilità regionale «scavalcando» i diritti dei palestinesi è invece crollata all’alba del 7 ottobre. Quell’evento ha agito come un sabotaggio sistemico, trasformando la «guerra ombra» tra Israele e Iran in uno scontro aperto.
Oggi, anche la tregua di aprile è un ricordo. Con l’avvio del Project freedom, i paesi del Golfo (Emirati, Kuwait, Qatar e Oman) si ritrovano risucchiati in un conflitto che non possono gestire. L’Idf mantiene una zona cuscinetto nel sud del Libano, ridotto a un paesaggio lunare con oltre un milione di profughi. La Siria, dopo il ritiro delle truppe Usa dal nord-est, è diventata il terreno di caccia preferito dell’aviazione israeliana per colpire le linee di rifornimento di Hezbollah.
In questo scenario di frammentazione, la Cina – che ha assunto la presidenza del Consiglio di Sicurezza Onu per il mese di maggio 2026 – tenta di incunearsi nel vuoto diplomatico lasciato dall’Occidente. Per Pechino, il fallimento del Project freedom a guida statunitense è la prova certa che la sicurezza non possa essere garantita da una «polizia marittima» unilaterale, ma solo da un ritorno al multilateralismo centrato sulle Nazioni unite.
L’Ambasciatore all’Onu Fu Cong è stato categorico: la stabilità del Golfo non passerà per nuove zone cuscinetto o scorte armate, ma per il rispetto della sovranità nazionale e la fine immediata delle aggressioni israeliane.
La postura diplomatica della Cina non è un esercizio di altruismo, ma il riflesso di interessi vitali. Pechino è oggi il più grande importatore di greggio al mondo e oltre il 40% del suo fabbisogno energetico transita per Hormuz. La stabilità della regione è, per la Cina, sinonimo di sicurezza nazionale.
Gli affari tra Cina e Iran hanno subito un’accelerazione decisiva con l’implementazione dell’accordo di cooperazione strategica venticinquennale siglato nel marzo 2021. Pechino ha continuato ad acquistare petrolio iraniano, in cambio di tecnologia e infrastrutturale in cambio di energia a prezzi scontati. Per la Cina, un Iran stabile e integrato nel blocco dei Brics+ (di cui Teheran è membro) è il contrappeso necessario all’egemonia americana nel Golfo.
Xi Jinping ha una strategia diametralmente opposta a quella degli Stati uniti, punta a trasformare il Medio oriente in snodo centrale dell’Eurasia. Ma il rischio che corre è alto: proporsi come garante dell’ordine mentre foraggia economicamente uno dei contendenti potrebbe ritorcerglisi contro nel fuoco di una guerra che non rispetta più alcuna regola.