Siamo all’atto finale. Ogni messaggio da Gaza ci dice questo. Si stanno preparando a correre. La chiamano evacuazione, ma sarà un massacro. Tutti mi scrivono la stessa cosa: siamo stanchi, stremati, siamo in attesa di un segnale, sappiamo che da un momento all’altro dovremo spostarci. Non fuori da Gaza, ma dentro. Il sud sarà spinto verso il nord e il nord verso il sud. Mentre le persone scappano, i droni e i quadricotteri sparano. La gente viene dispersa, i familiari si perdono, alcuni per sempre.
KHOLOUD È SCOMPARSA da sei giorni. Avrebbe voluto raggiungere l’area in cui è rifugiata sua madre. Durante una delle evacuazioni sono scappate in direzioni opposte. Famiglie grandissime e che abitavano le une vicine alle altre, ora sono ognuna in un posto diverso, dove raramente rimangono a lungo. Sembra il gioco dell’oca: vai avanti due caselle, resti fermo un giro e poi torni a quella di partenza. Kholoud è viva o è morta? E se è viva, grida invano sotto le macerie di un edificio distrutto, in un nuovo cratere scolpito dalle bombe nella terra o è finita in un carcere israeliano?
Difficile dire cosa si auguri una famiglia di Gaza, in queste circostanze. Morire può essere meglio che sopravvivere. Chi esce dalle carceri israeliane ha lividi e cicatrici che non si rimarginano, lo sguardo frastornato di chi ha perso la strada: è difficile tornare a credere nella bontà umana quando si fa esperienza del suo lato più crudele.
Mesi fa anche Aymad sparì nel nulla. Dopo settimane di ricerche la famiglia lo diede per morto. Non era nelle liste degli ospedali, non in quelle dei cadaveri rinvenuti dagli scavi, non ne era stata notificata la cattura. Invece dopo quasi un anno è ricomparso, magro, stanco, con la pelle incisa dai segni delle torture. Lo avevano ributtato in mezzo a Gaza come un fantasma nella selva, dove ritrovare i propri cari in quelle condizioni – irriconoscibile lui e irriconoscibile il luogo dove aveva abitato – non era facile.
Tutti dicono di sentirsi disorientati. C’è chi torna nella zona dove è nato e non sa dire dove fosse l’entrata di casa, dove fosse il negozio in cui ha comprato il pane ogni mattina per una vita. Non ci sono più strade, sono spariti anche i perimetri degli edifici, che fino a qualche mese fa si intuivano ancora.
A febbraio Hani mi ha mandato un video in cui con i piedi su un sasso in mezzo a barre di acciaio che spuntavano da tutte le parti, puntava lo schermo del telefonino su immagini che somigliavano al suo disorientamento. A tratti immortalava cumuli di sassi e blocchi di cemento cercando di ricostruire la geografia del suo quartiere. Qui c’era il palazzo dove abitava la famiglia di Ahmed, qui la gabbia delle galline, qui davanti il marciapiedi che percorrevo per andare a scuola. O forse no, altra striscia rapida di una panoramica tutta uguale, macerie, solo macerie. Oggi di quelle tracce di passato non rimane che sabbia.
ANCHE LO ZIO DI HANI è stato inghiottito dalle evacuazioni di Gaza. Si è allontanato in cerca di cibo e non è tornato. I bambini e la mamma lo hanno aspettato per più di un anno, con il timore di allontanarsi dalla zona in cui erano perché, se fosse andato a cercarli, non li avrebbe trovati. Poi, molto tempo dopo li rintracciò una donna, che aveva da poco perso il marito, ucciso in un attacco.
Disse alla zia di Hani che, pulendo il suo cadavere, mentre svuotava le tasche dei pantaloni, aveva trovato la carta di identità di un uomo che il marito aveva sepolto mesi prima. Lo aveva trovato morto a margine di una strada. Le aveva raccontato di averlo avvolto in un sudario, di aver scavato una fossa e di averne coperto il cadavere con l’intenzione di cercarne i familiari per dar loro la triste notizia. Ma poi erano scappati, una tragedia si era sommata all’altra, e quell’uomo non era riuscito a portare a compimento ciò che si era ripromesso. Si ritrovava lei, la moglie, a seppellire il proprio marito e annunciare la morte di quell’altro alla vedova e i suoi orfani. Come a seppellirne due in una volta: due mariti, due padri.
Dal 7 ottobre queste storie si ripetono e il ritmo semplicemente accelera. Molte di queste procedure efferate avvenivano già prima di allora. La detenzione amministrativa, ad esempio, senza alcuna notifica alle famiglie e con la pratica di torture efferate anche su bambini, donne, anziani e malati. Sono circa cento i morti nelle carceri israeliane dal 7 ottobre ad oggi, in conseguenza delle torture subite.
SAREBBE bastata una cosa, piccola: capire che il crimine di genocidio non ha nulla a che fare con il numero delle vittime, ma con l’intento. L’intento, dichiarato con scioccante trasparenza dal governo di Netanyahu e da molti israeliani già prima del 7 ottobre, era il campanello di allarme che avrebbe potuto prevenire questo massacro.
Il crimine di genocidio è delineato in modo preciso, studiato in tutte le sue fasi, proprio per scongiurarne il compimento. Invece ancora una volta siamo arrivati a nutrirci delle immagini che morbosamente guardiamo, abituati a una stampa che vive di spettacolarizzazione del dolore, per capire che facevano sul serio. Troppo tardi.