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Bombe, droni e un’arma puntata sui più fragili: la fame

Storia di Um Fadi e delle sue bambine I messaggi che arrivano dalla Striscia descrivono una situazione disperata. Ma il problema è politico. La corsa per accaparrarsi le poche provviste offerte, mentre dall’altra parte sparano
12 maggio 2026 di
Bombe, droni e un’arma puntata sui più fragili: la fame
Widad Tamimi

Da Gaza Um Fadi mi scrive la notte. Per tutto l’inverno, anche durante i momenti più difficili, il suo tono è stato pacato, mai disperato. Mancavano i pannolini, senza l’acqua pulita non riusciva a lavare Lana, le si formavano piaghe sulla pelle di neonata e le venivano brutte infezioni. In pochi mesi mamma e bambine sono state sfollate dieci volte, ieri notte l’undicesima.

Ho conosciuto suo figlio e il marito in ospedale, Fadi è affetto da una malattia neurologica non identificata, a causa, si ipotizza, di mutazione genetica a seguito di bombe al fosforo lanciate su Gaza mentre la madre era incinta. Fadi non ha mai conosciuto la sorellina, con il padre erano in Egitto il 7 di ottobre e non sono più potuti rientrare. Um Fadi con le sue piccole vagano per Gaza da mesi. Una volta mi ha mandato un video di Lana appena nata: era sul letto matrimoniale, alle sue spalle si intuivano l’armadio con lo specchio e la porta stile anni trenta, con la maniglia di ottone, la luce tenue che arrivava dal corridoio, una casa vera, ordinata e pulita, un luogo sereno in cui crescere dei figli. Tra tutte, è stata l’immagine più dolorosa.

La prima volta che ci siamo sentite, quest’inverno, abitava in una tenda tirata su alla buona con coperte e plastica. Quando pioveva, tutt’attorno il fango scorreva scavando fosse in cui si accumulavano i detriti. Poi sono dovute fuggire, sono riparate tra le rovine di una casa distrutta. Mi mandava i video delle bambine sedute tra i cumuli di macerie tutt’attorno, la polvere a coprire perfino il cielo e in lontananza il fuoco e lo scoppio delle bombe, di notte e di giorno con la stessa insistenza. In sottofondo, come in ogni audio e video che arrivi da Gaza, il ronzio dei droni che spiano la popolazione e spesso sparano.

Poi l’improvvisa virata. Um Fadi mi ha scritto poche settimane fa in preda alla disperazione: sono stanca, non ce la faccio più, abbiamo fame, abbiamo paura, ti prego vienimi a prendere! Quell’implorazione senza reale speranza di poter esser accolta davvero, mi è sembrata una supplica a Dio, più che a me. Nulla di tutto ciò che stiamo facendo in tanti, un esercito di persone disperate che vorrebbero salvare Gaza dai nostri stessi governi, oltre che da Israele, ha un esito positivo.

La situazione è disperata. Lo sento nei messaggi di Um Fadi, è evidente nei messaggi di tutti quelli che ci scrivono dalla Striscia. Mentre la precedente rete di distribuzione guidata dalle Nazioni Unite gestiva circa 400 siti di distribuzione in tutta la Striscia, la Gaza Humanitarian Foundation, sorvegliata da appaltatori di sicurezza privati armati, ha allestito solo quattro “mega-siti”, tre nel sud e uno nel centro di Gaza – nessuno nel nord, dove le condizioni sono più severe. Le persone sono così costrette a spostarsi in nuove migrazioni pilotate che consentono a Israele di sgomberare e occupare le terre che si liberano.

Le persone camminano per molti chilometri, attraversano zone di combattimento attive e checkpoint biometrici, dove i cecchini colpiscono senza scrupolo. Al ritorno stessa strada, stessi pericoli, ma con il peso delle provviste da riportare ai propri cari insieme a quello del massacro scampato, del sangue sparso a terra, dei corpi di chi non ce l’ha fatta. Pare la serie di Netflix che trae ispirazione dal gioco del calamaro, lo squid game, popolare tra i bambini della Corea del Sud, ma con una posta in gioco letale nella versione televisiva.

I disperati corrono per accaparrarsi le poche provviste che vengono offerte, mai sufficienti per tutti, e dall’altra parte sparano. In un mese circa 800 persone sono morte in prossimità dei centri di distribuzione.

Tutto per una scatola contenente 4 kg di farina, un paio di sacchetti di pasta, due lattine di fave, un pacchetto di bustine di tè e alcuni biscotti. L’alternativa è il mercato nero, dove i prezzi sono inaccessibili e su cui i quadricotteri sparano. Un chilo di zucchero costa 120 dollari al chilo, il latte in polvere 60, la farina 30, il sale 15, i pomodori 25, le patate e le cipolle 35 dollari al chilo. Le melanzane e le lenticchie 30, i limoni 70, mentre il caffè 450 dollari al chilo. L’acqua desalinizzata viene venduta a 100 dollari per 10.000 litri, rispetto ai 15 dollari dell’anno scorso. E un pacco di pannolini 250 dollari.

Le poche merci offerte in un mercato di Deir el Balah (foto di Khaleel Naji, che ha anche aggiornato l’autrice sui prezzi correnti dei beni alimentari a Gaza)

Il fatto che gli Stati Uniti abbiano approvato 30 milioni di dollari per questo controverso gruppo di aiuti a Gaza implica la loro piena corresponsabilità in crimini di guerra gravissimi, tra cui anche l’uso della fame come metodo di sterminio.

Alex de Waal, direttore esecutivo della World Peace Foundation presso la Tufts University, circa nove anni fa scrisse un saggio per il New York Times in cui ipotizzava che il mondo fosse finalmente uscito dal pericolo della fame su larga scala. Sulle stesse pagine ora scrive: «Mi sbagliavo». Dal 2016, spiega, il miglioramento decennale della nutrizione mondiale si è arrestato. Da allora il numero di persone che necessitano aiuti d’emergenza ha avuto un incremento del 180%. E la fame – che era quasi scomparsa a livello globale – è tornata a minacciare il mondo.

Il problema è politico. La fame è tornata ad essere usata come arma, questo significa che le crisi umanitarie invece che essere causate da fattori naturali sono causate dall’uomo. Alcuni regimi politici sono disposti a chiudere artificialmente tutte le strade che permetterebbero agli aiuti umanitari di raggiungere i luoghi di emergenza per provocare le crisi, invece che arginarle. Accade a Gaza.

Ma la fame nel mondo come arma di guerra non dovrebbe rappresentare solo una macchia indelebile sulla nostra coscienza, dovrebbe spaventarci, perché oltre che essere un grande fallimento dell’umanità e dei suoi principi, rappresenta una minaccia alla sicurezza globale.

Le carestie causano il collasso sociale, spingono milioni di persone a migrare, alimentano la disperazione e la violenza. Se ci sembra un problema lontano, che non ci riguardi, ci stiamo sbagliando: ogni emergenza regionale non sanata è destinata a metastatizzare nel resto di questo nostro corpo contorto che è il mondo, certamente interconnesso e destinato a vivere insieme o insieme morire.

Um Fadi mi ha mandato delle foto delle bambine. Le ho viste crescere in questi mesi, forse persino invecchiare. Sono più sottili ogni giorno, hanno due lunghe linee scure nell’incavo tra le narici e le gote, gli occhi stanchi. Questa notte, mentre scappavano sotto un cielo colmo di missili mi ha scritto: «Spero moriremo, tutto questo è terrificante». Da ore non risponde più. Che Dio ci protegga, sono state le sue ultime parole all’alba. Poi, il silenzio.Inizia a scrivere qui...

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